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Edmondo Berselli |
L’11 aprile di due anni fa si è
allontanato per un po’ da questo mondo Edmondo
Berselli. Ha lasciato per un lungo momento la sua vita di là, con passo
felpato, mettendoci a disposizione un tesoro smisurato, fatto di pensieri,
riflessioni, spunti, battute, calembour,
letture mai banali su ciò che era accaduto e quello che doveva ancora
succedere.
Sono arrivato a stimare Berselli
alla follia, pur avendolo ascoltato dal vivo e incontrato per pochi minuti solo
due volte. E pensare che il nostro primo contatto di pagina scritta era stato
un po’ indigesto… Lessi la prefazione che aveva scritto a Emozioni, un libro di Tullio Lauro e Leo Turrini su Lucio Battisti:
mi sembrava talmente “surreale” ed “esagerata” – in tutto, nella ricercatezza
della lingua e del ritmo, nella lode sperticata a Panella, nella minimizzazione
delle liriche mogoliane – da farmi chiedere da quale pianeta venisse quell’uomo,
dal cognome che sembrava denunciare un’origine bassaiola (fece notare lui stesso
la radice comune tra Berselli e Brescello).
Davanti a me stava nascendo il
primo capitolo di Quel gran pezzo dell’Emilia
e io non lo sapevo ancora. Come non sapevo che avrei adorato quel libro
(conservo gelosamente la mia copia, con dedica dell’autore): una miniera di
citazioni, letture, immagini di parole, personaggi cui non rinuncerei più. E
pazienza se in quelle pagine a Pierangelo Bertoli, Pierluigi Bersani, Lucio
Dalla, Roberto Roversi e ad altri personaggi vengono messe in bocca parole più
verosimili che vere: il ritratto di quella «terra di comunisti, motori, musica,
bel gioco, cucina grassa e Italiani di classe» e che è anche la mia terra è assolutamente
splendido, forse il migliore in assoluto.
Da lì ho cominciato a leggere
praticamente tutto di Berselli, da Post
Italiani in poi, recuperandomi anche quel gioiellino musical-sociologico di
Canzoni. Storia dell’Italia leggera: assolutamente
impagabile la definizione di Shel Shapiro come «incrocio antropologico fra
Corto Maltese e un ebreo cosmopolita, con qualche cromosoma di pirateria di Sua
Maestà britannica» (di lui poi approvavo incondizionatamente la passione per il
beat e la stima dichiarata per il più
archeologo dei giornalisti musicofili, Michele
Bovi, stima personale e professionale ampiamente ricambiata). Ho imparato
ad apprezzare il suo stile, capace di mescolare letture del tutto sconosciute (non
per lui) a frange di cultura pop o anche kitsch, in cui parole ricercate
potevano benissimo stare al fianco delle cosiddette parolacce (mai che
sembrassero fuori posto); sono riuscito ad amare i suoi libri anche quando la
lettura era una sfida ed erano più i pezzi che mi mancavano dei riferimenti che
coglievo, oppure quando facevano a pezzi i miei “miti” personali, a partire da
Franco Battiato.
Ecco, anche così Edmondo è
riuscito a diventare un mito per me, una sorta di “venerato maestro” di arbasiniana
memoria che si faceva leggere, ascoltare e guardare. Sì, perché ho cercato di ricordarmi
ogni volta che ho potuto di seguire i programmi tv di cui è stato conduttore e
autore, dai viaggi italiani di Giù al
Nord e Su al Sud al percorso
tutto eridanico di Un Paese chiamato Po,
in cui ritrovo pure un briciolo di me (una volta mi chiamò Maurizio Caverzan, della
sua “squadra”, per chiedermi di contattare per lui Mario Daolio, uno dei
pittori di Po che io conobbi da bambino).
Quei cicli erano splendidi, peccato
che siano stati programmati puntualmente in seconda serata o, dopo la prima
messa in onda, nelle fasce orarie più disparate, fungendo da “tappabuchi” per i
palinsesti. Sarebbe il momento di «bersellizzare la Rai», come ha detto ieri Riccardo Bocca a Modena per ricordare Edmondo,
dando finalmente a quei programmi la dignità della prima serata: io mi accontenterei
di trovarli in dvd. Sospetto che non li comprerei solo io: sarebbero soldi ottimamente
spesi.
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